Intervista a Don Luigi Merola

Intervista a Don Luigi Merola
Una piacevole chiacchierata con Don Luigi Merola alla Fondazione ‘A voce d’e creature’
C’è chi sceglie di non limitarsi alle parole ma di stare lì dove le dinamiche sono più complesse, i conflitti più duri, come nei quartieri “difficili” di Napoli, accanto ai ragazzi, contro le logiche della criminalità organizzata che prova instancabilmente a imporre come normali ed unici i propri sistemi. È il caso di don Luigi Merola, un sacerdote che negli ultimi anni si è distinto per il suo impegno concreto e quotidiano contro la camorra, schierandosi in prima linea, là dove spesso il silenzio e la paura finiscono per vincere.
La sua battaglia non è fatta di proclami, ma di alternative reali. Con la fondazione ‘A voce d’e creature’, don Luigi Merola ha scelto di accogliere e formare giovani provenienti da contesti familiari difficili, offrendo un luogo sicuro, opportunità educative e un percorso capace di sottrarli alla strada e alla logica del reclutamento criminale. Un lavoro paziente, costruito giorno dopo giorno, che punta a restituire ai minori ciò che troppo spesso viene negato: tempo, ascolto, prospettive. Da qui l’idea di una intervista a Don Luigi Merola.
Una speranza per un territorio difficile
Oggi, mentre Napoli continua a lottare con le sue contraddizioni, il suo impegno sta finalmente ottenendo l’attenzione che merita, anche fuori dai confini cittadini. Il progetto, infatti, sta diventando un modello: si parla dell’apertura di altri centri in diverse città italiane (Pompei, Roma-Fiumicino, Milano), segno che un’idea nata dal bisogno urgente di un territorio può trasformarsi in una risposta replicabile e concreta.
Per questo, L’Espresso Napoletano ha il piacere di intervistare don Luigi Merola, per raccontare non solo una storia di coraggio, ma anche di un metodo, di una visione, di un modo diverso di intendere la lotta alle mafie: partendo dalle persone, dalla scuola della vita e dalla possibilità, per ogni ragazzo, di scegliere un futuro diverso. Inizia l’intervista a Don Luigi Merola.

Padre, ci può parlare della sua infanzia e della sua adolescenza?
Sono nato a Marano nel 1972, un territorio difficile dove è molto facile entrare a lavorare per la malavita. Fortunatamente per me e per i miei fratelli (siamo quattro) abbiamo avuto mamma Rosa e papà Giuseppe, che hanno saputo insegnarci i valori della legalità e del lavoro. Io ero il più ribelle della famiglia e da ragazzino facevo a botte con quelli più grandi e prepotenti per difendere i più deboli (a volte anche i diversamente abili). Ero una sorta di giustiziere.
Poi, crescendo, ho capito che le mani servono invece per aiutare o per benedire. Sono entrato in Seminario Maggiore di Capodimonte a Napoli nel 1991 e nel 1997 sono diventato sacerdote. Mi sono laureato e specializzato in Teologia Spirituale presso i Gesuiti di Napoli e oggi sono assistente sociale specialista, Referente Nazionale della Legalità, criminologo e insegnante di religione cattolica. Crescendo ho avuto modo di venire a contatto con i Padri Bianchi che si occupavano delle missioni in Africa. Nonostante fui molto colpito dal loro operato, decisi di restare a Napoli perché anche qui c’era bisogno di aiuto.
Nel 1999, quindi, fui nominato parroco di Forcella. In verità, per otto anni sono stato un prete “fuori dalla parrocchia”, perché penso che un religioso debba essere pescatore e non debba stare nel porto.
Qual è stata la sua vocazione?
Un episodio mi ha spinto a diventare un uomo di Chiesa. Il sacerdote don Mimmo Galluccio un giorno si doveva ritirare a casa e mi chiese un gettone (per eventualmente fare una telefonata nel caso in cui la sua macchina si fosse fermata) perché non aveva soldi, in quanto aveva dato tutto quello che aveva ai poveri. Questa scena mi ha molto colpito, perché ho capito che per fare del bene non serve tanto. Questa è la prova che l’esempio è molto importante. Sono infatti contrario a serie televisive come Gomorra perché possono influenzare negativamente soggetti fragili come i ragazzi dei quartieri disagiati.
Come nasce la Fondazione ‘A voce d’e creature’?
Ho sempre pensato che dovevo aiutare i più fragili, cioè i bambini, soprattutto quelli che crescono in contesti disagiati o malavitosi. Curare un bambino significa non punire l’adulto del domani. Io dico sempre: “nessun bambino nasce delinquente, ma delinquente si diventa”. In campo pedagogico si dice che ci sono tre fasi: il disagio, la devianza e la criminalità. Noi operatori del terzo settore dobbiamo ovviamente intervenire nella prima fase, prima che sia troppo tardi. Forze dell’ordine e magistratura intervengono, purtroppo, quando è troppo tardi, svolgendo, soprattutto, una funzione di repressione e non di prevenzione. Per tutti questi motivi nel 2007 nasce la fondazione ‘A voce d’e creature’, con sede nel quartiere Arenaccia, in via della Piazzolla.

Perché questo nome?
‘A voce d’e creature’ è stata presa dalla canzone Napule è di Pino Daniele. Mi piaceva molto e Pino mi ha dato il permesso di poterla utilizzare. Ho avuto l’onore di avere due firme importanti, oltre quelle dei tantissimi sostenitori privati cui sono molto riconoscente: quelle di Pino Daniele Fabrizio Frizzi.
Ricordo che Frizzi veniva una volta al mese a trovarmi e aiutarmi economicamente. E incredibilmente, ogni volta che lo faceva, era lui a ringraziare me per avergli fatto fare del bene!
Che attività fate al centro e chi segue i ragazzi?
La struttura funziona come un doposcuola. Si inizia infatti alle 13:30 circa e pranziamo tutti insieme. Poi si studia. Verso le 16:30 c’è la ricreazione e dopo si passa ai vari laboratori, dove i ragazzi possono fare di tutto (dalle attività manuali al cinema). Ci sono anche due laboratori finalizzati alla formazione professionale: quello di estetica e quello di pizzeria. C’è un corpo docente formato da 15 professori, tutti dipendenti della Fondazione, che aiutano nel doposcuola i ragazzi (nelle materie di italiano, matematica, storia, diritto, lingue straniere ecc.), tutti gestiti da un coordinatore. Chiedo che i miei insegnanti debbano avere empatia e simpatia e lavorare con il sorriso. Tutto ciò è molto importante per cercare di formare e far crescere uno studente.
Chi sono i ragazzi che frequentano la Fondazione?
Abbiamo quasi 200 ragazzi, la maggior parte proveniente da famiglie disagiate (i genitori hanno problemi legati all’uso di droghe o alla ludopatia) o da genitori che purtroppo stanno in carcere. Noi accogliamo tutti, indipendentemente dalla nazionalità o dalla fede religiosa. Si può entrare con la richiesta dei genitori, oppure tramite assistenti sociali o tramite la segnalazione dei presidi delle scuole. Abbiamo infatti una rete con ben 15 istituti scolastici. L’età per poter frequentare il centro parte dai 6 fino ai 18 anni. Funziona dal lunedì al venerdì, come detto, in orari pomeridiani. Cerchiamo di incentivare i ragazzi con dei bonus: buoni per poter avere gratuitamente materiale didattico e tablet e un tesserino per avere sconti, come al cinema.

Ci parla della struttura dove ha sede la Fondazione?
Il palazzo apparteneva a un ex boss che qui organizzava le sue riunioni. Quando la struttura fu confiscata, venne assegnata alla mia Fondazione. Dopo aver fatto dei lavori, è stata trasformata in un centro per ospitare ragazzi. Dove c’era lo spiazzale abbiamo realizzato un campo di calcetto. Dove il vecchio proprietario aveva la gabbia con i leoni, oggi abbiamo realizzato il laboratorio con il forno per fare le pizze.
Ci può raccontare qualche storia in particolare?
La storia di Ciro, nipote di uno dei boss di una delle piazze di spaccio di Napoli: è venuto da noi bambino perché voleva prendere le distanze da quel mondo. Oggi fa l’educatore. Per me è una grande soddisfazione.
Anche la storia di Luca, la cui famiglia non aveva i mezzi economici per farlo studiare, è da ricordare. Noi lo abbiamo seguito e aiutato negli studi. Oggi è dermatologo all’Università Federico II.
Purtroppo non tutte le storie sono a lieto fine. Ricordo con grande dispiacere la storia di Fabiana. Io ho fatto di tutto per salvarla ma, ahimè, non ci sono riuscito. Oggi è in carcere perché condannata per truffa agli anziani.

Lei crede che il suo lavoro lo dovrebbe fare lo Stato e non i privati?
Io a volte penso di essere un fiore nel deserto. Infatti queste attività dovrebbero essere fatte sia dallo Stato sia dai privati, ma con finanziamenti pubblici. Io spero che un giorno lo Stato, la scuola, gli psicologi, le forze dell’ordine diventino parte di una grande squadra. In questo caso, se tutti si muovono all’unisono verso un obiettivo comune e condiviso, certamente si possono ottenere molti più risultati.
L’intervista a Don Luigi Merola si conclude con due domande sul caffè …
Lei beve caffè?
Quando la mattina apro gli occhi ho bisogno di prendere mezzo bicchiere d’acqua e una tazzina di caffè. Mi serve per iniziare la mia giornata con la giusta carica di energia. Lo prendo amaro e massimo due volte al giorno.
Cos’è per lei il caffè?
Il caffè è l’anima di Napoli, perché ti mette in contatto con gli altri. Non è solo uno strumento socializzante, ma è soprattutto uno strumento di ascolto. A volte c’è bisogno di ascoltare un grido di aiuto o un grido di gioia. Questo tempo passato insieme è un modo di amare. Dobbiamo amare di più se vogliamo migliorare il nostro Paese.
Michele Sergio
Articolo pubblicato su L’Espresso napoletano nel mese di febbraio 2026
Crediti foto copertina: Calendario Gambrinus 2025
Crediti foto articolo: Fondazione ‘A voce d’e creature’
Per maggiori informazioni su l’intervista a Don Luigi Merola: https://www.avocedecreature.it/




