Il caffè nel film “Il medico dei pazzi”

Il caffè nel film “Il medico dei pazzi”

Il film “Il medico dei pazzi” è una celebre commedia del 1954 con Totò, diretta da Mario Mattoli e ispirata alla farsa “’O miedeco d’e pazze” di Eduardo Scarpetta (1908). Totò interpreta Felice Sciosciammocca, sindaco di Roccasecca e zio di Ciccillo, giovane che a Napoli sperpera il denaro di famiglia. Per nascondere le sue bugie, Ciccillo fa credere allo zio di essere direttore di un manicomio, che in realtà è una normale pensione. Quando Felice decide di visitarla, gli stravaganti ospiti gli sembrano pazzi veri, dando vita a una serie di irresistibili equivoci.

Il caffè come filo narrativo

In questo contesto il caffè non è un semplice dettaglio di scena, ma un vero filo narrativo che unisce personaggi, ritmo e luoghi, restituendo un’immagine vivida della Napoli di un tempo. Il caffè compare già all’inizio del film. La cameriera Carmela della “Pensione Stella” presenta i vari personaggi mentre serve loro il caffè da una grande caffettiera. Attraverso questo semplice gesto si delineano caratteri e relazioni. Il burbero ma pratico signor Carlo, padrone della pensione; lo sfortunato attore Raffaele; l’irritabile colonnello in pensione Pizzo Scevola; la bellissima signora Cristalli e il suo gelosissimo marito signor Cristalli (interpretato da Mario Castellani); la signora Amalia, madre ansiosa in cerca di marito per la poco avvenente figlia Rosina; il Maestro Pastetta, musicista fallito. È il rito del caffè a far emergere tic, vizi e virtù. Il nero infuso non introduce solo i personaggi, li svela.

La caffetteria, luogo amato dai napoletani per incontrarsi

La centralità del caffè cresce nelle scene ambientate in caffetteria, spazio usato come una piazza al coperto. Ideale luogo di incontro, passaggio, confessioni, maschere e smascheramenti. Qui Ciccillo e l’amico Michele (il brillante Giacomo Furia) cercano una soluzione all’imminente arrivo dello zio e organizzano la messinscena della finta “pensione dei pazzi” per non perdere l’assegno mensile. La caffetteria è ricostruita con grande cura. Tavolini di marmo, divani rossi, piante ornamentali, grandi specchi, camerieri in livrea, clienti in abiti d’inizio ’900, cappelli pomposi e floreali tipici della belle époque.

Proprio mentre i due complottano, arrivano Felice, la moglie e la figlia. Occasione perfetta perché Ciccillo, con l’aiuto di Michele che finge di essere un pazzo convinto di essere il Barbiere di Siviglia, spaventi lo zio e lo convinca a dargli 500 lire per coprire un debito di gioco. Felice, inizialmente terrorizzato, finisce quasi per “giocare con il pazzo”, lasciandosi trascinare nel vortice dell’equivoco.

Il caffè come elemento caratterizzante del popolo napoletano

Per Scarpetta prima e per Totò poi, napoletani doc, la presenza del caffè è fatto ovvio in quanto è la bevanda preferita dai partenopei e la caffetteria il luogo più spontaneo in cui incontrarsi. Per questo, nella commedia, il rito del “prendere un caffè insieme” ricorre così spesso. È la normalità napoletana che fa da contrappunto alla follia apparente della storia. Il caffè, da semplice oggetto scenico, diventa un protagonista invisibile. Scandisce il tempo del racconto, illumina i caratteri e le personalità e restituisce a Napoli la sua voce più vera.

Sergio Michele

Articolo pubblicato su Il Roma il 26 novembre 2025

Crediti immagine

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Il_medico_dei_pazzi.jpg