Intervista a Marino Niola

Intervista a Marino Niola
“Raccontare il grande spettacolo della vita”
L’antropologo napoletani ci racconta della sua dedizione ai “beni immateriali”, offrendoci interessanti considerazioni a proposito del rapporto tra cibo e antropologia e della rinnovata immagine di Napoli.
Sedersi a parlare con un antropologo napoletano di fama internazionale significa, spesso, scoprire che ciò che crediamo “quotidiano” — un gesto, una parola, un piatto di pasta, una battuta detta al volo e quant’altro — è in realtà un archivio vivente di storia, rapporti sociali, identità. Il professore Marino Niola, docente universitario e autorità riconosciuta nel suo campo, ha costruito negli anni un percorso di ricerca capace di associare rigore accademico e attenzione al vissuto. Dal popolo napoletano – osservato nelle sue forme di socialità, nei codici impliciti e nelle trasformazioni contemporanee – fino alla cucina italiana, letta non solo come patrimonio gastronomico, ma anche come linguaggio culturale, pratica collettiva, memoria condivisa.
Scrittore prolifico di libri e saggi, divulgatore apprezzato in televisione, alla radio e sui quotidiani nazionali, il professore ha il raro talento di rendere accessibili temi complessi rendendoli fruibili ai più. Ecco perché l’incontro di oggi, più che un’intervista in senso stretto, prende la forma di una piacevole chiacchierata. Una chiacchierata ad un tavolo del Gambrinus, davanti a due tazzine fumanti di caffè. Tra il via vai degli avventori e il ritmo lento della conversazione, le parole del professore Niola dischiudono prospettive inattese. Su chi siamo, su come ci raccontiamo e su cosa, persino a tavola, finisce per parlare di noi molto più di quanto possiamo immaginare.
Professore ci può parlare della sua infanzia e della adolescenza e del perché ha deciso di diventare un antropologo?
Sono nato a Napoli tra la Sanità e San Carlo all’Arena, precisamente a piazza Gianbattista Vico (vicino la casa natale di Enrico Caruso). Una zona apparentemente di periferia ma in realtà nel cuore della città. Qui il popolo e la borghesia si mescolavano ogni giorno, creando spettacoli umani sempre differenti. Sì, perché il popolo napoletano vive i suoi drammi e le sue gioie in pubblico. Ho assistito spesso a scene di vita molto dure: mariti che picchiavano per strada le loro mogli; giovanissime ragazze che “avevano fatto il guaio” (come si dice a Napoli: erano inaspettatamente incinte) che tentavano di rimediare all’errore bevendo candeggina, al solo fine, quando non si doveva arrivare all’irreparabile avvelenamento, di ottenere il perdono dalle famiglie.
Poi ricordo le feste popolari che allora erano davvero popolari e partecipate come la Vecchia del carnevale e la benedizione degli animali a Sant’Antonio Abate. Ho assistito anche a rappresentazioni più da commedia di costume: la vendita e la somministrazione di cibo per strada, in passato senza, ovviamente, visti i tempi, nessun rispetto delle più elementari regole igieniche. Tutto ciò, insomma, ha amplificato la mia attitudine a vedere, interpretare e raccontare il grande spettacolo della vita. Credo sia questo il fil rouge mi ha portato a diventare antropologo.

Che percorso di studi ha fatto?
Dopo avere completato il liceo classico ho deciso malvolentieri (su pressione dei miei genitori) di iscrivermi alla facoltà di Giurisprudenza. Dopo due anni però ho deciso di affrontare mio padre e mia madre e comunicare loro che avrei lasciato legge per iscrivermi alla facoltà di filosofia. Fu un grande dispiacere per i miei genitori ma la giusta scelta per me che ho trovato la mia vocazione.
Laureatomi all’Università di Lecce, terminato il dottorato, ho vinto un concorso come docente a Padova e poi a Trieste prima come professore associato e poi come professore ordinario. Sono stato tre anni nel capoluogo friulano. Mi sono trovato anche molto bene ma dentro me c’era il desiderio di ritornare nella mia Napoli.
Fortuna volle che il Rettore dell’Università Suor Orsola Benincasa che allora era il prof. Francesco Maria de Sanctis, aveva deciso di aprire nelle facoltà di filosofia e lettere un nuovo settore di “Beni Culturali etnoantropologici” e, avendo anche un budget a disposizione, mi chiese se volevo aiutarlo a portare avanti questo progetto.
Mai occasione fu più propizia! Fu così che, finalmente, riuscii a insegnare a Napoli creando un indirizzo antropologico. Un indirizzo centrato sui cosiddetti beni immateriali, come le tradizioni popolari e i patrimoni alimentari.
Crede che Napoli possa continuare ad essere al centro dell’attenzione mediatica e turistica nei prossimi anni?
Io credo che Napoli abbia dei margini di crescita impensabili. Al momento abbiamo solo toccato la punta dell’iceberg. Napoli ha il più grande giacimento culturale d’Europa, addirittura più di Roma. Nella capitale l’antichità è congelata, musealizzata, è un passato messo in vetrina. Nella città del Vesuvio, invece, l’antichità è viva e continua ad evolversi. Mi spiego meglio. Ogni napoletano porta dentro di sé una scintilla dell’antichità che qui non è mai del tutto scomparsa.
Una scintilla che continua a vivere nella vita quotidiana dei napoletani. Risultato un teatro della vita che mescola antico e moderno ed esercita un richiamo irresistibile sui turisti. Il napoletano ama mettersi al centro dell’attenzione, essere il protagonista di questo teatro mentre recita sé stesso. I turisti curiosissimi stanno lentamente scoprendo questa antica cultura e restano incredibilmente sorpresi perché non si aspettano di trovare tutto questa miniera culturale in una città per molti anni sottovalutata. Aumentando notevolmente gli investimenti nella città questa inesorabilmente è destinata a crescere sul piano economico e su quello della buona reputazione. Non a caso la narrazione di Napoli, un tempo quasi unicamente negativa, quella veicolata dai media e dalle fiction è cambiata aumentando l’appeal della città.

Secondo Lei quali sono le ragioni della “caduta” e poi della “rinascita” di Napoli
Dopo l’unità d’Italia, Napoli si trovò improvvisamente declassata, da capitale a terza città d’Italia (nonostante fu la più popolosa fino ai primi nel novecento). Fu un vero shock per tutti i napoletani non essere più quelli di una volta. La città fu penalizzata anche dall’industrializzazione che portò soldi, investimenti e lavoro al Nord. Oggi però Napoli si sta prendendo la sua rivincita. L’imprenditoria digitale (nella quale i napoletani sono fortissimi) permette di saltare tappe intermedie e portare qui lavoro e capitali.
Questo perché oggi nella moderna società a cristalli liquidi è molto più importante avere idee ed essere creativi. Non a caso Apple ha deciso di venire ad investire a Napoli. Qui ci sono i ragazzi più creativi d’Europa! La nostra città, quindi, si è ripresa il ruolo più importante: quello di capitale culturale.
Lei ha scritto molto sul rapporto tra cibo e antropologia. Cosa ci può dire brevemente a riguardo?
Nel tempo il nostro rapporto con il cibo si può evolvere in meglio o in peggio. Sicuramente negli anni è migliorata la qualità dell’igiene e della sicurezza dei prodotti alimentari. Basti pensare che in passato non esisteva alcun controllo di qualità né sanitario. Oggi giorno l’Italia è tra i paesi che impone i controlli più rigidi. Di per contro il prezzo che si paga per ciò è costituito dalla spinta sempre maggiore da parte dei produttori (soprattutto le industrie) verso cibi processati o semi-lavorati.
Non va dimenticato, inoltre, che molte ricette stanno scomparendo, soprattutto quelle che necessitano di lunghe preparazioni. In passato non tutte le donne lavoravano fuori casa e quindi avevano più tempo per “stare ai fornelli”. Ad esempio per preparare le zuppe c’era bisogno di pulire manualmente le verdure. Oggi invece, per comodità e per necessità, si compra il cibo già pronto. Sempre meno persone sono disposte a spendere il loro tempo nella preparazione di ragù, genovesi o sartù di riso.
Cosa ne pensa dell’arrivo in Italia delle cucine straniere? Queste possono danneggiare o peggio far scomparire la nostra secolare tradizione culinaria?
Io trovo normale il fatto che più aumentano i contatti con le altre culture e le visite negli altri paesi (si pensi oggi come è facile e economico viaggiare) più cresce la curiosità, il desiderio e, infine, la richiesta di cucine esotiche. In passato non si viaggiava così tanto e, inoltre, si avevano poche notizie delle culture e delle tradizioni (anche culinarie) degli altri paesi. L’Italia però fortunatamente si difende molto bene dalla penetrazione nel suo mercato delle cucine straniere dato che ha una grande e lunga tradizione eno-gastronomica. Lo stesso vale per la Francia dove accanto alle tante cucine straniere c’è un presidio nei centri cittadini della tradizione gastronomica locale. Peggio è andata al Regno Unito che non avendo una cucina ricca e varia è stato letteralmente invaso da quelle straniere.

Lo stesso discorso si può declinare per la pasticceria …
Si, però mi domando: quanto può incidere un prodotto di pasticceria straniero su quelli napoletani? Chi viene a Napoli vuole provare il dolce napoletano. Forse i più giovani, naturalmente più inclini nella ricerca di cose nuove, possono richiedere dolci di altri paesi. Ma dopo due tre volte che lo hanno mangiato si stufano e cambiano richiesta.
Comunque già è accaduto che a Napoli ricette straniere prendessero piede. Il caso più emblematico è il babà che nasce in Polonia e rinasce a Napoli. La storia ce lo insegna. I pasticceri napoletani hanno l’innata capacità di migliorare i dolci stranierei mescolandoli con altri tipi di preparazione. In fondo Napoli ha sempre accolto (o meglio subito) le varie culture e dominazioni (greca, romana, bizantina, spagnola, francese ecc.) ma non è mai cambiata.
L’aumento di turismo e di brand stranieri porterà, come ha scritto il Telegraph, l’inevitabile disneyficazione della città di Napoli?
Non credo che Napoli sia destinata a diventare come le altre città. Credo invece che diventerà una piazza economica importante perché la città interessa ai turisti e quindi agli investitori. Certo i grandi marchi sono arrivati e ne arriveranno ancora ma dovendo convivere con importanti realtà economiche locali non desertificheranno il mercato. Importanti marchi e aziende napoletane, infatti, se prima limitate a sole eccellenze cittadine, adesso possono anche loro competere in un mercato globalizzato esportando il made in Naples in tutto il mondo. La classe borghese, in aggiunta, si sta trasformando con la trasformazione dell’economia. Inoltre sono molto fiducioso del cambiamento che è in atto in quanto con il turismo ci sono più soldi che sono redistribuiti più equamente. Persone che prima non lavoravano o lavoravano ai limiti della legalità oggi gestiscono negozi e ristoranti. Questi hanno reso, quartieri che prima erano considerati pericolosi, turistici e accoglienti.
Lei beve caffè?
Io prendo cinque caffè al giorno. Ne berrei volentieri di più ma non posso per motivi di salute. Lo preferisco amaro (senza zucchero). In verità io ho una predilezione per il caffè freddo alla napoletana che proviene da una tradizione raffinatissima. È leggermente zuccherato, cremoso ma non troppo, da provare con una fettina di limone.
Cosa è per Lei il caffè?
Il caffè è il rito mattutino di rinascita al mondo. È impensabile risvegliarsi senza l’aroma del caffè. Quello napoletano ha un odore diverso ovviamente. Chissà se il mio genoma si sia adattato nel tempo ad apprezzare maggiormente il profumo del caffè napoletano e il suo gusto rotondo, leggermente amaro e mai acido.
Michele Sergio
Articolo pubblicato su L’Espresso napoletano nel mese di marzo 2026
Crediti foto copertina: Grazia Neri
Crediti foto 1 : Alberto Cristofori, foto 2: Marino Niola, foto 3: Gran Caffè Gambrinus




