Intervista al dottor Fabrizio Sergio

Intervista al dottor Fabrizio Sergio

Incontrare il dottor Fabrizio Sergio significa avvicinarsi a una figura di medico ortopedico professionale, scrupolosa e profondamente consapevole del valore umano della sua professione. Attento alle innovazioni tecnologiche, che offrono ai medici strumenti sempre più efficaci per migliorare la diagnosi e favorire il recupero dei pazienti, il dottor Sergio unisce competenza e aggiornamento a una particolare sensibilità personale.

Nel rapporto con chi si affida alle sue cure, si mostra sempre sorridente, disponibile e rassicurante. Sa infatti che la relazione tra medico e paziente è fondamentale per affrontare ogni problema. Non soltanto dal punto di vista clinico, ma anche psicologico. La sua forza risiede inoltre nel team che lo affianca da anni. Una squadra affiatata e competente con cui condivide la responsabilità e la nobiltà di un lavoro delicato. Prendersi cura delle persone. Per me, che sono suo cugino, è un onore, ma anche un grande piacere, poterlo intervistare e raccontare il suo percorso.

dottor Fabrizio Sergio
dottor Fabrizio Sergio

Ci parli della tua infanzia, della tua adolescenza e del percorso di studi che hai fatto?

La mia infanzia e la mia adolescenza sono state accompagnate da due figure che hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione. Non soltanto professionale, ma soprattutto umana. Mia madre, veneziana di origine, dalla quale ho ricevuto i valori dell’educazione, dell’umanità, del rispetto e dell’attenzione verso gli altri. E mio padre, napoletano, che mi ha trasmesso il senso della responsabilità, della disciplina e della dedizione al lavoro.

Crescere accanto a mio padre, medico specialista in Ortopedia e Traumatologia, mi ha permesso fin da ragazzo di conoscere da vicino un mondo fatto di studio, sacrificio e responsabilità. Ma anche di soddisfazioni professionali e rapporti umani profondi.

Successivamente ho intrapreso il percorso di studi in Medicina e Chirurgia, laureandomi con 110 e lode, e ho poi scelto la specializzazione in Ortopedia e Traumatologia, conclusa con 70 e lode.

Ci parli del rapporto con tuo padre. È da lui che hai ereditato la passione per la medicina?

Sicuramente sì. Mio padre Guido è stato il mio primo grande Maestro. Era medico specialista in Ortopedia e Primario del CTO di Napoli e, attraverso il suo esempio, ho capito molto presto che fare il medico non significa semplicemente svolgere una professione, ma assumersi una responsabilità nei confronti degli altri.

Con il tempo ho compreso che la cosa più importante che mi ha trasmesso non è stata soltanto la passione per l’ortopedia, ma il rispetto per il paziente.

Fabrizio Sergio con la moglie Ortensia e i loro tre figli
Fabrizio Sergio con la moglie Ortensia e i loro tre figli Andrea, Ivan e Guido

Cosa significa per te essere un medico e che rapporto si deve instaurare con il paziente?

Essere medico significa innanzitutto avere una grande responsabilità. Quando una persona entra in uno dei miei studi non porta soltanto una radiografia o un problema al piede, al ginocchio o a un’altra articolazione. Porta con sé una storia, delle paure, delle aspettative e, spesso, il timore di non poter tornare alla vita di prima.

Per questo penso che un medico debba ascoltare prima ancora di visitare.

Il rapporto medico-paziente deve fondarsi sulla fiducia, sull’empatia, sull’educazione e sulla chiarezza. Il paziente deve comprendere quale sia il problema, quali siano le possibilità terapeutiche. E, con altrettanta trasparenza, quali siano i benefici, i limiti e i possibili rischi di ogni trattamento.

Cosa consigli ai ragazzi che vogliono intraprendere questo percorso?

Di scegliere Medicina solo se sentono veramente che questa è la loro strada.

È una professione che richiede molti anni di studio, sacrificio e aggiornamento continuo. Non ci si può mai considerare arrivati, perché la medicina cambia continuamente.

Ai giovani consiglierei soprattutto di non perdere mai la curiosità, l’umiltà e l’umanità.

Un buon medico deve continuare a studiare per tutta la vita. Ma deve anche continuare a imparare dai propri pazienti, dai propri colleghi e persino dai propri errori.

Fabrizio Sergio si gusta una tazzina di caffè
Fabrizio Sergio si gusta una tazzina di caffè

Qual è stata la più grande soddisfazione lavorativa e familiare che hai avuto?

Dal punto di vista professionale, la soddisfazione più grande non è legata a un singolo intervento. È il momento in cui un paziente torna da te e ti dice: “Dottore, finalmente posso tornare a fare quello che facevo prima o anche meglio di prima”.

Può sembrare una frase semplice, ma per un medico ha un valore enorme. Significa che dietro una diagnosi, un intervento e un percorso riabilitativo c’è una persona che ha ritrovato una parte della propria vita.

Sono molto soddisfatto sia nell’avere dato un contributo, insieme ad altri importanti colleghi, alla nascita di una Società Scientifica Italiana dedicata allo studio delle patologie del piede. E sono molto soddisfatto, inoltre, di aver creato un gruppo, F.S. Surgery, con la collaborazione di due “fratelli acquisiti” ortopedici il Prof. Fabio Zanchini e il Dott Attilio Sgambato. E di “figli acquisiti” il Dott Alessandro Cattolico, il Dott Mario Boccino, il Dott Ciro Frezza e la dott.ssa Alessia Boemio.

La soddisfazione familiare è ancora più difficile da racchiudere in un episodio. È vedere crescer, insieme a mia moglie Ortensia, i miei 3 figli, accompagnarli nelle loro scelte e cercare di trasmettere loro valori come l’impegno, il rispetto e la passione per ciò che si fa.

Il mio primo figlio, Andrea, sta studiando Medicina, quando può mi sta vicino nel lavoro. Sarei felice se un giorno decidesse di seguire le orme del padre e del nonno. Ma sarà una sua scelta, così come lo sarà per gli altri miei figli, più piccoli, Ivan e Guido.

Credo che il vero successo abbia senso soltanto quando riesce a convivere con una vita familiare ricca di affetti e di amici

Cosa sta cambiando nel mondo dell’ortopedia? L’Intelligenza Artificiale e la robotica sono già una realtà nel tuo lavoro?

L’ortopedia sta vivendo una trasformazione straordinaria. Oggi abbiamo a disposizione tecnologie che fino a pochi anni fa sembravano appartenere alla fantascienza. Pianificazione digitale, sistemi di navigazione, robotica, imaging sempre più sofisticato e applicazioni dell’Intelligenza Artificiale.

La robotica può migliorare la precisione e supportare il chirurgo nella pianificazione e nell’esecuzione di determinati interventi. L’Intelligenza Artificiale, invece, avrà probabilmente un ruolo sempre maggiore nell’analisi delle immagini, nella pianificazione terapeutica e nell’elaborazione di enormi quantità di dati.

Ma c’è un principio che considero fondamentale: la tecnologia deve essere uno strumento nelle mani del medico, non il contrario.

La decisione clinica deve continuare a nascere dall’incontro tra competenza scientifica, esperienza e conoscenza della persona che abbiamo davanti.

Fabrizio Sergio al Gambrinus con la mogle Ortensia, lo zio Antonio Sergio e il cugino Massimiliano Rosati
Fabrizio Sergio al Gambrinus con la mogle Ortensia, lo zio Antonio Sergio e il cugino Massimiliano Rosati

Ti piace il caffè? Come lo preferisci e quante tazzine bevi al giorno?

Sì, decisamente. Il caffè fa parte della mia quotidianità.

Lo preferisco espresso, piuttosto ristretto, e ne bevo generalmente circa cinque tazzine al giorno.

Cos’è per te il caffè

Per me il caffè è molto più di una bevanda: è un piccolo rito quotidiano. È Napoli, è convivialità, è incontro, è conversazione. È quel momento in cui, anche nella giornata più frenetica, ci si concede il tempo di fermarsi e stare con qualcuno.

Questo lo dico anche perché sin da piccolo ho frequentato il Gambrinus (i miei zii Antonio e Arturo e i miei cugini Massimiliano Rosati, Michele e Benedetta Sergio ne sono i titolari), uno dei luoghi simbolo di Napoli. Lì ho imparato che offrire un caffè non significa semplicemente preparare una tazzina. Significa dire: “Vieni, siediti, parliamo.”

E questa frase, “Vieni che ti offro un caffè”, credo rappresenti molto bene anche il mio modo di essere medico, padre e amico. È un gesto semplice, ma racchiude attenzione, disponibilità, affetto e attenzione per il paziente. È un modo per dire all’altro: “Ti ascolto, ti vedo, sono qui.”

In fondo, credo che ci sia una bellissima analogia tra il caffè e la medicina. Un buon caffè crea un momento di incontro; un buon medico crea una relazione.
>E allora, se dovessi riassumere tutto in una frase, direi:
“Vieni che ti offro un caffè” è, in fondo, un po’ come dire “vieni, prendiamoci cura di te”.

 

Michele Sergio

Articolo pubblicato su L’Espresso napoletano del mese di ottobre 2026

Foto – crediti di Fabrizio Sergio

 

Per maggiori informazioni visita il sito del dottor Fabrizio Sergio

https://dottfabriziosergio.it/newsite/